lunedì 22 giugno 2009

SCHIAVI DI UN TRIONFO

Tanto Lippi non risponderà mai. Non risponde al povero Carlo Paris. Non risponde alle conferenze stampa, facendo innervosire i vecchi ed esperti giornalisti sportivi. Però sarebbe bello chiedere a Lippi: perché? Ma siccome non risponderebbe, o al massimo ricorderebbe che siamo Campioni del Mondo, è meglio cercare di capire, da soli. Cosa dovremmo chiedere a Lippi? Ad esempio perché Davide Santon è stato tolto alla nazionale under 21, negandogli un europeo, per fargli fare tre panchine in Confederations Cup. Perché se è vero che Lippi non voleva vincere questa competizione per motivi scaramantici, che è una competizione quasi amichevole, che si possono fare “esperimenti”, allora perché il giovane diciottenne non ha giocato nemmeno un minuto? Forse per fare spazio a Zambrotta.

«Continuano a fare pressioni per i giovani, ma i giovani per giocare devono avere personalità». I casi sono due: o Lippi mente, o i giovani italiani non hanno personalità. Considerando che Santon a 18 anni ha giocato un ottavo di Champions marcando Cristiano Ronaldo senza sfigurare, forse Lippi ha davvero deciso di non puntare sui giovani. Rossi gli ha salvato la faccia con gli Usa, è stato lanciato titolare contro l’Egitto per essere bocciato dopo meno di un’ora. D’Agostino è stato lasciato a casa, per portare Palombo, non utilizzato. Toni è stato scelto ancora come punta titolare: Gliardino non è stato abbastanza bravo da rubargli il posto, ma allora Pazzini dov’era?

Donadoni, almeno, aveva avuto più coraggio. Lippi trascina con la sua toscanità l’idea dei Campioni del Mondo immortali. «Le mummie toglieranno le bende» aveva annunciato. Invece sono state sepolte, ad esempio, da Ramires, classe 1987. Il Brasile ha più qualità. Ma allora l’allenatore deve essere capace di controbattere dal punto di vista tattico. Lasciare libero Maicon di galoppare sulla fascia è stata una mossa da suicidio. Non portare in nazionale gente come Cassano, in grado quantomeno di aumentare la qualità di un gioco pressoché inesistente è una scelta sbagliata che il ct dovrebbe giustificare. Ma sappiamo già quale sarebbe la risposta: «Arrivederci». E allora, arrivederci Italia.

martedì 2 giugno 2009

L’addio amaro di Paolino e i problemi del Milan


Febbraio, ultimo derby per capitan Paolo. La curva dell’Inter - tra uno striscione di insulti e uno di sfottò per gli odiati cugini - ad un certo punto srotola un lungo lenzuolo bianco, con una grande scritta blu «Maldini: da 20 anni nostro rivale ma nella vita sempre leale». Domenica, ultima del capitano rossonero a San Siro, il mondo sembrava essersi capovolto. Lo stadio, a festa con le sciarpe “Paolo Maldini”. La curva, invece, sorda all’emozione dell’addio: bandiere e cori per Franco Baresi, «l’unico capitano». E ancora, striscioni al veleno e di contestazione proprio contro di lui, Paolo, il loro capitano. Eccola, la festa rovinata. Anche se in realtà la festa l’aveva già rovinata la Roma, vincendo 3-2. Ma nonostante la sconfitta, il giro di campo di Maldini lo aspettava tutto lo stadio. Quasi tutto. Paolo non voleva crederci, nessuno in effetti avrebbe mai pensato ad un finale così triste. Con anche un «vaffa» del capitano nei confronti di Leonardo, che è il futuro del Milan dopo Paolo. Ma anche del dopo Carletto.


Sì, perché quella di domenica è stata anche l’utlima volta di Carlo Ancelotti sulla panchina rossonera, a San Siro. Non c’entra la sconfitta di ieri, contro la Roma di Totti. E non peserà nemmeno un’eventuale caduta a Firenze, con conseguente preliminare. Il Milan di Ancelotti è arrivato al capolinea. Quella meravogliosa idea di riempire di fantasisti il centrocampo, sembrava una follia. Invece ci ha consegnato un calcio bello, spettacolare e redditizio. Ma la società si è cullata: sui risultati degli anni passati e soprattutto sull’idea, pazza, che tutti i calciatori fossero come Maldini, cioè forti, invincibili ed eterni. Ma non è così. Il calcio avanza lasciando indietro chi non si rinnova.


Quest’anno il Milan ha cominciato la stagione con un obiettivo chiaro, dichiarato. Lo scudetto. Ma davanti all’Inter, la squadra di Ancelotti c’è stata solo per una giornata. Le assenze di Kakà e di Gattuso sono pesate. Ma di più hanno fatto da zavorra gli acquisti di Senderos e Ronaldinho. Il primo è inadatto a ricoprire il ruolo che è stato di Nesta. Se l’Arsenal l’ha lasciato andare, un motivo ci sarà stato. Dinho invece ha fatto vincere qualche partita, ma è stato completamente messo da parte nel momento decisivo della stagione. Non serviva. Il Milan per un periodo ha pensato di essere l’anti-Inter. Adesso si ritrova a lottare per non finire in Champions.


Una campagna acquisti che non ha risolto i problemi. Una stagione che ha visto fallire uno dopo l’altro gli obiettivi: lo scudetto, anzitutto. Ma anche la coppa Uefa. In tutto questo Ancelotti ha diffuso la sua calma, la sua pacatezza. Il suo calcio, però, è finito: la carta d’identità di alcuni giocatori ha provocato la conclusione della stagione del suo calcio dei fantasisti. La famiglia Milan perde in un solo colpo due condottieri. Carlo, però, ha già in tasca il biglietto per Londra. Paolo, invece, ha salutato. Firenze sarà l’ultima battaglia che combatterà per il suo Milan. Suo, non di chi l’ha contestato.

ROMA, IO C'ERO - «COPA LIGA Y CHAMPIONS»

Luciano Cremona)

«La fontana es blaugrana». Lo cantano a squarciagola, uscendo dallo stadio, sui pullman e sui tram. E tutti alla Fontana di Trevi, presidiata dalla polizia, a specchiarsi nell’acqua della fontana, per guardare com’è la faccia di chi è campione d’Europa. È lunga e piena di gioia la notte della gente di Barcellona. Roma è la cornice perfetta per fare festa.


PREPARTITA - La città è blaugrana già dalle prime ore del mattino. È un’invasione festosa. Le bandiere della Catalogna, le magliette di Messi, Puyol, ma soprattutto di Iniesta. I tifosi spagnoli sono allegri e spensierati. Si godono Roma, prima della partita. Se si giocasse la partita del colore in città, gli spagnoli, o meglio, i catalani, vincerebbero a mani basse. Gli inglesi? Tutti allo stadio, subito, presto. Quelli che girano per la città non trovano certo ostilità nei loro confronti. Rimbalza qualche coro. ci si scatta delle foto di gruppo, anche tra rivali. Roma città inizia a vincere la sua finale, già prima della partita.


FCB - La curva sud è un muro blaugrana. L’incitamento per Messi e compagni deve battere i decibel dei cori inglesi. E alla coreografia in onore di Sir Matt Busby, i catalani rispondono con le iniziali del Futbol Club Barcelona. I cori sono sempre e soprattutto per lui, Andrés Iniesta. Il gol di Londra che ha portato il Barça a Roma è entrato nella storia. E ha innalzato il 24enne fenomeno spagnolo a idolo dei tifosi. I gol di Eto’o e Messi hanno scatenato la curva catalana. «Ser del Barça es el millor que hi ha», “essere del Barcellona è la cosa migliore che c’è”. Come dar loro torto: quando capitan Puyol alza al cielo la Coppa, i tifosi vanno in paradiso.


LA FESTA – I cori non si fermano mai. Ogni pullman che riporta in centro si trasforma in un pezzo di curva. «Copa, Liga y Champions»: si canta della tripletta, storica, di questo Barcellona delle meraviglie. Ci sono solo maglie blaugrana nel centro di Roma. Senza eccessi, senza devastazioni. E mentre al Gianicolo una parte dei tifosi hanno accolto i calciatori arrivati con il pullman con la coppa in bella mostra, le piazze e i monumenti sono ridiventati rossoblu. E tra una birra e un panino, alle quattro di notte, davanti al Colosseo, si sente scandire a squarciagola un solo nome «Andrés Iniesta». Hanno segnato Eto’o e Messi, il Barcellona è campione d’Europa. Ma nel cuore dei tifosi c’è una certezza: il gol al Chelsea ha iniziato a far girare la ruota dalla parte del Barça. E così è stato.

Lo scudetto di Mourinho e le risate dell’avvocato Prisco

Peppino Prisco era il primo tifoso nerazzurro. Ma, soprattutto, era il più grande anti-milanista. Elegante, pungente, acuto, divertente, sportivo. I tifosi nerazzurri lo hanno acclamato a lungo, dagli spalti di San Siro: l’Inter campione grazie ad una sconfitta del Milan è roba da «avvocato, cosa ti sei perso». Ma dalla curva nerazzurra la gioia è stata espressa soprattutto con la frase dell’anno: «Zero tituli». Mourinho aveva lanciato il suo anatema ai primi di marzo. E non ha dovuto rimangiarselo. L’Inter ha vinto. L’Inter ha il suo «titulo», le altre no.

L’Inter dello Special One non è stata tanto speciale. Ha gli stessi punti dell’Inter di Mancini, gli stessi gol fatti, tre gol subiti in più. Ha già in tasca lo scudetto, però, in un campionato che tutti dicevano fosse più equilibrato e più difficile di quello della passata stagione. Quando la Roma era stata l’unica reale concorrente. Quest’anno Milan e Juve hanno fatto gara a rimbalzare, su e giù in un inseguimento che non si è mai concluso. Senza riuscire a dare realmente fastidio a Zanetti e compagni.


Che poi l’Inter non abbia divertito è vero. Prima le ali, poi il rombo, infine il 4-3-3 con Balotelli e Figo ai lati di Ibra. I cambiamenti di modulo non hanno certo aiutato a fare spettacolo, ma sono serviti a dare solidità. Le partite che hanno dato l’impronta alla stagione sono stati gli scontri diretti: le vittorie con Milan, Juve e Roma, le trasferte fondamentali di Genova e Udine, il pareggio in rimonta nel ritorno con la Roma. In mezzo, solo tre sconfitte. Una delle quali, il 3-1 di Bergamo con l’Atalanta, è servita a Mourinho per rimettere in carreggiata una squadra che dava segni di sbandamento.


Gli uomini dello scudetto sono sette-otto come ama ripetere da mesi Mourinho. Sono i suoi fedelissimi, quelli che ha schierato sempre, quelli di cui si fida. Ma l’uomo dello scudetto è uno: Zlatan Ibrahimovic. Ancora lui. Per ora i suoi gol sono 22. Tra tacchi volanti e pallonetti vellutati, Ibra non è mai stato così dentro alle partite come quest’anno. È stato il faro che ha illuminato la scena, anche quando tutto era difficile. Con lui, hanno fatto gli straordinari per portare il diciassettesimo scudetto Julio Cesar, capitan Zanetti, Maicon (fino all’infortunio), Cambiasso, Muntari, Samuel, Cordoba e Stankovic, il grande ripescato. Balotelli e Santon hanno dato una spinta giovane, fresca e fondamentale.


I gol copertina di quest’anno non sono solo le perle di Ibra contro il Bologna e contro la Reggina. Ci sono le manovre in velocità contro Chievo (Stankovic), Juve (Balotelli) e Napoli (Muntari) che sono lo spot della forza dell’Inter di Mou. Le reti di Balotelli contro Juve e Chievo hanno invece chiuso il discorso classifica.


L’Inter non ha vinto la Champions, non ha strabiliato. Ma ha vinto un altro scudetto, cambiando allenatore, resistendo a un Milan che non giocava la Champions, tenendo a distanza una Juve che si è creduta grande, quando ancora non lo era. Massimo Moratti, portato in trionfo dai giocatori nel giorno del suo compleanno, sui campi della Pinetina intitolata a papà Angelo, rideva sereno e contento. Ma sabato sera, a vedere il Milan consegnare all’Inter le chiavi della festa, quello che rideva di più era sicuramente Peppino Prisco.

Ranieri e la Juve, una storia che finisce


È strano. Ma sembra davvero che il progetto di rilancio della Juve al top del calcio italiano sia naufragato per colpa della Coppa Italia. Il ritorno con la Lazio, il 22 aprile, doveva essere l’ancora di salvezza. La ciambella alla quale affidare le speranze per correggere una stagione naufragata nel giro di un mese. Bastava un uno a zero. E i tifosi avrebbero dimenticato il pareggio con l’Inter e l’addio ai sogni di scudetto. Quella sera i gol di Zarate e Kolarov hanno scoperchiato il vaso dei problemi in casa Juve. Forse anche per colpa di Ranieri e della sua scelta di far sedere con lui in panchina Del Piero, Nedved e Camoranesi, poi gettati nella mischia quando ormai i buoi erano scappati.


Sono partite quella sera le contestazioni pesanti dei tifosi e i musi lunghi. Ma non c’è solo la coppa nazionale. C’è anche e soprattutto l’incontro di Blanc con Marcello Lippi. Con il passare dei giorni si è capito che il caso Amauri-nazionale non era stato l’unico argomento trattato. L’ingaggio di Cannavaro di pochi giorni dopo ha fatto capire qual è l’idea della nuova Juve. Nuova? Ranieri ha iniziato a pensare che sì, forse quell’incontro tra Blanc e Lippi poteva essere evitato. Che in fondo non era colpa sua se la Juve quest’anno ha registrato sessantotto infortuni, tra cui quelli di Amauri e Sissoko nel momento clou della stagione. Forse la colpa di Ranieri è quella di aver scelto Poulsen, invece che un regista. Di aver dato poco spazio a Giovinco. Di non aver chiesto un terzino di livello.


Più che in una notte di coppa, sembra allora che il progetto di Ranieri sia iniziato ad affondare la scorsa estate. La dirigenza lo rassicura per le prossime partite: non verrà esonerato. Poi le strade si divideranno. Arriverà Spalletti, o forse Conte. Di sicuro, restare alla Juve per Ranieri non avrebbe più senso. Provare a ricomporre uno spogliatoio che sembra averlo del tutto esautorato durante l’intervallo della partita con il Lecce è impresa impossibile. Dialogare con una dirigenza su cui si allunga l’ombra di Lippi è troppo anche per un gentiluomo come lui.

mercoledì 22 aprile 2009

Balotelli, un azzurro contro l’indecenza degli italiani


Oba Oba Martins, quando segnava alla Juve, correva tutto contento e si metteva a fare capriole e salti di gioia. Mario Balotelli, l’altra sera, dopo il gol più pesante della stagione, per una volta ha abbandonato la sua esultanza tradizionale, cioè quel non esultare allargando le braccia come a dire: «Visto come sono forte?». Ed è corso, scavalcando i cartelloni, andando a raccogliere l’abbraccio dei tifosi dell’Inter. Per poi mostrare a tutto l’Olimpico lo scudetto cucito sulla sua maglietta.

Oba Oba Martins qualche «buu» se l’è preso, nella sua carriera italiana e interista. Ma non ha mai ricevuto il trattamento riservato a Turbo Mario, cioè quasi tutto lo stadio che gli gridava «Sei solo un negro di m….». Il piccolo e veloce nigeriano, però, sprizzava simpatia, quantomeno per quella sua esultanza ginnica entrata nella storia e nelle sigle della Champions League come inno allo sport.

Mario Balotelli, invece, simpatico non lo è mai stato. Fin da quando spadroneggiava negli Allievi, e poi nella Primavera. Il doppio salto in prima squadra non lo ha mai alleggerito di quella scorza di super campione “arrivato” in cui si nasconde.

Mario segna gol importanti, Martins ne ha segnati di più, ma con un peso specifico inferiore. Mario, con i suoi gol, sta contribuendo per il secondo anno consecutivo a portare punti nel momento decisivo del campionato. Praticamente un record, come record è quello di essere il calciatore più odiato della serie A a soli 18 anni. Le sue proteste plateali, i suoi falli. I suoi sberleffi, i suoi colpi di tacco. Mario segna, ma irride. Corre, ma sfotte. E si prende i calci. Anche punitivi. Le regole non scritte del calcio dicono che sì, un calcione, ogni tanto, fa proprio bene. Sono gli stessi suoi compagni, da Materazzi a Cordoba, a fargli sentire i tacchetti in allenamento. Mario deve imparare. Ecco. Mario si impegni a essere meno antipatico.

Tutti quelli che si sono sgolati rinfacciandogli il colore della pelle, invece, pensino che un giorno, Balotelli, giocherà i Mondiali con la maglia dell’Italia. Se la loro educazione non consente loro di frenare la lingua per questioni di razzismo, lo facciano almeno per ragioni calcistiche. Sarebbe un primo, piccolo passo, per far entrare un po’ di civiltà in un mondo, quello del calcio, che sprofonda sempre di più in un mare di volgarità e indecenza.

martedì 7 aprile 2009

IL SOGNO DI KIKO

Alessandro Malomo si starà mangiando le mani. Due anni fa giocava nelle giovanili della Lazio. Con lui, Federico Macheda, che faceva il trequartista. Un emissario del Manchester United arrivò a Roma: Malomo era l’osservato speciale. Macheda, però, impressionò l’uomo di Sir Alex. Ecco i primi contatti, ecco l’offerta irrinunciabile. Ecco lo “scippo”. Macheda vola a Manchester nell’estate 2007, sulle orme di Giuseppe Rossi. Un contratto da 80mila euro a stagione, tutta la famiglia al seguito con un posto di lavoro per il padre e una casa accanto a quella della famiglia Rossi.

Macheda, fino a ieri però, lo conoscevano in pochi. Nato a Roma, andato a crescere nelle giovanili dei Red Devils, Kiko - come lo chiamano negli spogliatoi - è nel giro della nazionale under-19. In settimana Sir Alex lo avverte: «Non vai in nazionale, domenica vieni in panchina». Al Manchester mancano 6 giocatori della prima squadra. All’Old Trafford arriva l’Aston Villa, bisogna vincere per respingere l’assalto al primo posto portato dal Liverpool. Sul 2-1 per i villans, al 60′, Ferguson decide che sì, è il momento di Kiko. Cristiano Ronaldo segna il 2-2 all’80′, ma al Manchester non basta. Serve un guizzo, un’invenzione.

Novantunesimo, Macheda prova il dribbling al limite. Viene fermato, la palla va in direzione di Giggs, che aspetta il movimento di Kiko. Che si smarca, riceve spalle alla porta, controlla di tacco mettendosi la palla sul destro e bum. Destro a giro sul palo lungo. Tre a due. Macheda impazzisce di gioia, con lui tutto l’Old Trafford. Corre verso le tribune, suo papà si butta giù e lo va ad abbracciare. Federico ha 17 anni e il suo sogno si realizza proprio lì, nel Teatro dei Sogni.

In sedici partite in squadra riserve, Macheda aveva già messo a segno dieci gol. Sembra scritta la parabola sportiva di questo piccolo fenomeno. Assomiglia tanto alla storia di Giuseppe Rossi. C’è un però, che rende amara la vicenda. Perché un giovane italiano di così belle speranze deve andare in Inghilterra per avere la sua occasione? È vero, Federico gioca nel Manchester United, la squadra migliore del mondo. Ma se Sir Alex sceglie di affidarsi ad un giovane italiano di 17 anni per vincere una partita decisiva per il campionato, perché nella serie A italiana si fa così fatica a dare spazio ai giovani? Forse è davvero il momento di decidere di investire sui giovani. Ma quante squadre in Italia proporrebbero ad un ragazzo di 16 anni un contratto da 80mila euro e un posto di lavoro per il padre?

mercoledì 25 marzo 2009

IL MAL DI PANCIA DI IBRA


Quasi tre anni fa, sulla panchina della Juventus siedeva Fabio Capello. Era il primo d’aprile e un Treviso ormai condannato alla B fece uno scherzetto alla Juve, inchiodata sullo 0-0. Mancavano pochi giorni al ritorno di Champions: l’andata con l’Arsenal, a Londra, era finita 2-0 per i Gunners. Clima teso, partita che non si sblocca. Al diciannovesimo del secondo tempo il quarto uomo alza la lavagnetta luminosa. Fuori Ibra, dentro Zalayeta. E iniza lo show. Sorriso strafottente, serie di imprecazioni. Nel mirino Alessio Secco, che gli porge la giacca. E, soprattutto, Fabio Capello. Nervosismo, malessere. Mal di pancia. Già allora?

Almeno metà dei protagonisti sono gli stessi. La situazione, simile. La Juve viaggiava verso il secondo scudetto - poi assegnato all’Inter -, ma in Champions era praticamente fuori. Mino Raiola, il famigerato procuratore dello svedese, già allora parlava di rinnovo. E di aumento. Da 2 a più di 5 milioni, la richiesta. Oggi Ibra viaggia a quota 19 gol con la maglia dell’Inter. Ma, soprattutto, a 12 milioni di euro all’anno. L’Inter è prima, il vantaggio di 7 punti rassicurante. Il rapporto con Mourinho e con la società è ottimo. Ma la Champions è svanita, ancora una volta. Ancora troppo presto. Ibra, per la prima volta in tre anni, ha sollevato dubbi sulla sua permanenza all’Inter. E non ha fatto niente per fugarli, anzi.

Da dove arriva questo mal di pancia? La questione economica, almeno questa volta, è da scartare. Ibrahimovic è il calciatore più pagato al mondo. Lo stesso Messi guadagna “appena” 7,5 milioni di euro. Ibra vuole però essere protagonista in Europa e vincere il pallone d’oro. L’eliminazione di Manchester, sommata a quelle degli anni precedenti, hanno insinuato a Ibra il tarlo: con l’Inter in Europa non si vince. Eppure, proprio Ibra è uno dei principali colpevoli del flop di Mourinho in coppa. Mai decisivo: non ha mai segnato negli scontri a eliminazione. Tutto il contrario del fenomeno che ammiriamo in campionato.

Mourinho ha dichiarato: «Resto all’Inter e convincerò Ibra a restare con noi». Moratti ha replicato: «Tutti hanno un prezzo. Poi magari Zlatan se ne va e noi vinciamo la coppa». Di sicuro il prezzo sarebbe alto. Mou avrebbe a disposizione il budget per rifare il centrocampo, il reparto che ha bisogno di maggiori rinforzi. Ma l’Inter, senza Ibra, non sarebbe più la stessa. Verrebbe a mancare in un colpo solo il miglior realizzatore, l’uomo squadra e il top-player della rosa. Mourinho, Moratti e i tifosi dovranno riuscire nell’impresa di trattenere ad Appiano quella che è la croce (in Champions) e delizia (in campionato) della squadra nerazzurra.

martedì 17 marzo 2009

Infinito Inzaghi: 300 gol. Ora rincorre Baggio

Il bello è che esulta sempre come se il gol appena segnato fosse il primo. Il bello è che gioca con la cattiveria e la tensione come se fosse l’ultima partita, la più importante. Filippo Inzaghi è arrivato a quota 300. Trecento gol nella sua carriera professionistica. Una cavalcata di gol iniziata nel dicembre ‘92. Leffe-Siena, C1 girone A, Inzaghi aveva 19 anni. E iniziava a segnare.

13 gol nel Leffe, 14 nel Verona, in serie B, poi 4 nel Parma. Nel ‘96/97 la consacrazione in Serie A: 25 gol con la maglia nerazzurra dell’Atalanta. La Juve lo vuole, a tutti i costi. Punta su di lui, lo affianca a Del Piero. In quattro stagioni segna 89 gol. Poi il trasferimento che fa discutere. Va al Milan, per 70 miliardi. Vittorie, infortuni. E tanti gol. Con la doppietta di Siena è a quota 110. In più ci sono 25 gol con la Nazionale. Fanno 300, cifra tonda.

Più che i numeri, Inzaghi lo si descrive attraverso il tipo di gol e le situazioni in cui li mette a segno. Il suo più sentito, ad esempio, fino a due anni fa, era un gol rubatogli da Tomasson sulla riga di porta nei quarti di finale di Champions League. Quelli che si sogna ancora di notte sono i due rifilati al Liverpool nella finale di Champions del 2007. Il primo, di spalla, neanche lui sa come lo ha fatto. C’è il gol al Mondiale di Germania: nei 30 minuti scarsi regalatigli da Lippi, SuperPippo poteva tranquillamente appoggiare per Barone, che aveva la porta libera. La sua ostinazione, anche in quell’occasione, è stata la sua gloria.

C’è solo un altro numero che va evidenziato: il quattro. Sono i gol che Inzaghi ha segnato da fuori area. Quattro su trecento. Alta Tensione e Ossesso sono due dei soprannomi che lo hanno accompagnato nella sua carriera. A quasi 36 anni, Pippo è ancora lui il re del gol. È il re perché è elettrico. È il re perché è spietato. È il re perché è Super. Baggio è lontano solo 18 gol. Poi ci sono solo Meazza (338) e Piola (364). Inzaghi è già nella storia. E continua a riscriverla a suon di gol.

martedì 10 marzo 2009

IL FENOMENO È TORNATO, DI NUOVO


Quanti ritorni in campo, quanti gol dopo mesi di sofferenze, operazioni, allenamenti personalizzati. Quante volte i suoi tifosi lo hanno atteso, sapendo che solo lui era davvero speciale e meritava di essere aspettato. Anche a lungo. Ronaldo, il Fenomeno, è tornato a giocare. E a segnare.

Campionato Paulista, Palmeiras-Cortinthians. Ronaldo fa la sua seconda apparizione dopo il rotuleo lasciato sul prato di San Siro in un freddo mercoledì sera del febbraio 2008 (Milan-Livorno 1-1). Prima colpisce una terrificante traversa, calciando da fermo. Poi segna, nel recupero, il gol dell’1-1. Di testa. E corre, Ronaldo. Scavalca i cartelloni pubblicitari e si aggrappa alle reti, come un ‘Pampa’ Sosa qualunque. È la gioia fresca di chi ha fatto il primo gol. È la gioia di chi credeva per l’ennesima volta che non ce l’avrebbe fatta. È la gioia di chi non ha il fisico d’atleta, non ha l’orgoglio di appartenere ad una sola squadra, di chi non sarà mai una bandiera, ma ha i piedi che inventano calcio e regalano emozioni.

I rientri di Ronaldo sono tanti, come i suoi infortuni. Quel novembre del 1999, quel campo inzuppato di San Siro in una partita ormai decisa, ormai vinta. Da quel giorno Ronaldo ha pianto tanto. Per gli infortuni e per le sconfitte. E tutte le volte è tornato. È tornato a Roma, si è rotto, ha pianto. Ci è tornato due anni dopo, all’Olimpico, e ha pianto amaro. Poi ha sorriso, con il Brasile, con il Real. Ha provato a sorridere anche nel Milan, mai davvero casa sua. Infortuni muscolari e gol da fenomeno. Fino ad un altro rotuleo rotto. Quello che gli aveva fatto credere che sì, era tutto finito.

Ora Ronaldo gioca ancora. Non gioca per il Cruzeiro, dove è cresciuto. Non per il Flamengo, che l’ha curato. Ronie gioca per il Corinthians. La maglia è bianca, ma non conta. Ronaldo è tornato: in un campionato piccolo, con una pancia grande. Ma con una passione, quella per il calcio, che è la stessa di sempre. Quella di un bambino. Quella di un Fenomeno.

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