venerdì 20 novembre 2009

TRAP, TI HANNO MESSO NEL SACCO

Il tocco di mano di Henry, che poi servirà il pallone a Gallas per il gol dell'1-1 (TF1)

«Hai sentito cos’ha detto il Trap?». Non stiamo parlando della famosa sfuriata ai tempi del Bayern Monaco, con quello «Strunz» ripetuto a raffica. E nemmeno di una delle sue massime stile «Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco». No, questa volta il Trap ha fatto di meglio. E non siamo ironici. Dopo il più grande furto della storia delle qualificazioni mondiali, con il suo inglese spiccio, ha detto: «Se l’arbitro avesse chiesto a Henry se l’aveva presa di mano, il francese non avrebbe potuto mentire. E poi parlano di fair-play».

Proprio oggi la Fifa ha detto no alla richiesta della Federazione irlandese di ripetere la partita con la Francia. Trap già lo sapeva: «Non ce la faranno ripetere, ma in Sudafrica meritavamo di andare noi». Quanta amarezza, ma quanta dignità. Certo, non possiamo stupirci. Quanta carica ci può essere in un uomo di settant’anni che è partito da Cusano Milanino senza sapere una parola di inglese con l’obiettivo di portare ai Mondiali una nazionale normale? Tanta, troppa. Tanta carica, ma soprattutto, tanta classe.

Classe che non è acqua… santa, sempre presente con il Trap in panchina, ma che ultimamente non ha dato i frutti sperati. A Firenze la magica bottiglietta non c’era ancora, e i tifosi ancora imprecano per quello strappo al muscolo che abbatté la rincorsa di Batistuta e della sua Fiorentina lanciata in testa alla classifica. E poi l’arbitro Moreno in Corea, il biscotto di Svezia e Danimarca a Euro 2004. Certo, nella carriera di Giovanni da Cusano ci sono gli scudetti in Italia, Germania, Portogallo e Austria. E una collezione di coppe europee da far impallidire chiunque. Ma con le nazionali la storia non si è ripetuta.

Se con l’Italia l’avventura era stata ostacolata dall’arbitro ecuadoreño, dalle proteste di piazza per Roberto Baggio, dalle eliminazioni a pari punti, ora con l’Irlanda il Trap stava realizzando una mission impossible. Come? Con tanto lavoro, come sempre. Superando le barriere linguistiche. Perché il Trap, che adesso parla anche inglese, non ha bisogno di tante parole per farsi capire. Lui, la grinta, la trasmette anche con i gesti.

Trap, da signore, ha accettato l’ingiusto verdetto del campo con grande onore. L’onore che un’intera nazione ha saputo rendere ai giocatori, da capitan Keane in giù, fino a Given che voleva sbranarsi l’arbitro Hansson. Gli irlandesi sono usciti a testa alta, ma ai mondiali non ci andranno. «Sarei pronto ad andare già domani a Parigi a rigiocarla», ha detto Trapattoni. Troppo tardi, caro Giuan. La mano di Henry ha stoppato la tua rincorsa. «Il mio sogno? Andare in Brasile: mondiali 2014». Il Trap non molla, rilancia. Che lezione, che signore. Anche se, un’altra volta, nel sacco ci è finito lui.

giovedì 24 settembre 2009

DA BOBO A DIEGO


L'ho visto dall'altra parte della strada, l'altra sera, uscendo dalla redazione. Milano, settimana della moda, belle ragazze, macchine di lusso. Era lì, lui, camicia bianca fuori dai pantaloni, capello un po' lungo, come ai vecchi tempi. Parlava con un uomo, tra il serio e il divertito. E si sentiva a casa sua. Era Bobo, Bobo Vieri. Non sono impazzito, lo so che tre quarti di voi penseranno: ah, Vieri, ancora con sto traditore, ex giocatore, ecc. Mi è sembrato strano, vederlo da vicino. Direte: per forza, è grasso. No, non per quello. Vieri ha rappresentato troppo per me: sono sei anni di Inter, quelli tristi rallegrati solo dai suoi gol. Tanti, 123. I suoi gol, le sue esultanze. La sua dirompenza, il suo togliersi la maglia. Quell'abbraccio al Chino Recoba, distrutto dalla fatica e dall'adrenalina, dopo il 3-2 alla Samp, in sei minuti. Vieri se n'è andato, al Milan. Senza dire ciao, senza salutare i tifosi che lo stavano scaricando, per colpa dei suoi musi lunghi e del suo essere bolso. "Tristezza vai via, non avere la mania di abitare con me": lo scrissi sul cellulare, quel primo luglio 2005. È stato l'inizio della fine: il vero Vieri l'abbiamo visto solo noi, che gli cantavamo "Bobo-gol".

Ora, che il solo averlo visto mi susciti tutta questa nostalgia, beh, non è assolutamente da persone normali. Lo so bene. E, peggio ancora, è il fatto che avrei voluto avvicinarlo solo per dargli la mano e dirgli: «Grazie per tutti i gol che hai segnato per l'Inter». Non so se avrebbe apprezzato. Probabilmente no. Probabilmente la sua leggerezza, il suo menefreghismo gli avrebero fatto pensare: «Ma cosa vuole questo? Inter chi?». Magari no, eh, sia chiaro. Magari gli sarebbero passati per la testa, in un secondo, quei momenti in cui era il re di San Siro, l'idolo della gente, quando saliva sui cartelloni pubblicitari, senza maglia, e si godeva l'urlo nerazzurro.

Sono tornato a casa, pensando a tutte queste cose. Il giorno dopo c'era Inter-Napoli. Milito ha fatto gol, il quinto in cinque partite. Non si toglie la maglia, non è ancora il re dello stadio. Ma la sua voglia di fare, i gol e i punti che ci regala non dico che ci fanno dimenticare Bobo. No, non l'ho dimenticato in quattro anni, non lo dimentico in una sera. Però mi viene da pensare che, per una volta, il presente non è poi peggio del passato. Anzi. Tristezza vai via, abbiamo un'altro scudetto da vincere.

venerdì 17 luglio 2009

PERCHÉ MI ARRABBIO SE IBRA PARTE


Non piango la cessione di Ibra come i milanisti che vedevano in Kakà il simbolo del Milan. Ibra non è mai stato il simbolo di nessuna squadra. Piango la partenza del nostro miglior giocatore, venduto alla squadra più forte d'Europa. Il fastidio è quello di perdere il perno di ogni azione offensiva, l'appiglio di ogni momento di difficoltà. Eto'o non può essere Ibra: non lo è per motivi di caratteristiche di gioco. Non lo è per qualità tecnica. Eto'o è forte, sia chiaro. E ha segnato in due finali di Champions, vincendole. Questa è l'unica consolazione: il camerunense sa come si fa. Sa segnare tanti gol, e pesanti, anche in Champions.
Ibra resterà nella storia per avermi regalato tre scudetti. Per essere entrato dopo 3 mesi di inattività contro il Parma, a mezz'ora dalla fine, con la Roma campione e aver segnato i due gol dello scudetto. Rimarrà nella storia per averci fatto sognare, per averci incantato, per aver sbaragliato il Milan del fenomeno Ronaldo.
Ibra non ci ha mai dato una mano in Champions, come anche non ha mai segnato contro la Juve. Sono i due nei che lascia: e non sono poca cosa.
Resta che ci troviamo a vendere un top player insostituibile, rafforzando i campioni d'Europa. E indebolendoci.
Eto'o-Milito non possono essere al livello di Kakà-CristianoRonaldo o Messi-Ibrahimovic. Ibra, appunto. Con Milito sarebbe stata la coppia perfetta.
Se dovessimo essere in svantaggio, non basterà più buttare su la palla, «tanto Ibra la mette giù e inventa». Dovremo diventare più squadra ancora. Dovremo fare senza lo zingaro. Che non è mai stato il nostro simbolo. Ma ci ha fatto grandi.
Ciao Zlatan, sai che bello se non vinci la Champions neanche a Barcellona?

lunedì 22 giugno 2009

SCHIAVI DI UN TRIONFO

Tanto Lippi non risponderà mai. Non risponde al povero Carlo Paris. Non risponde alle conferenze stampa, facendo innervosire i vecchi ed esperti giornalisti sportivi. Però sarebbe bello chiedere a Lippi: perché? Ma siccome non risponderebbe, o al massimo ricorderebbe che siamo Campioni del Mondo, è meglio cercare di capire, da soli. Cosa dovremmo chiedere a Lippi? Ad esempio perché Davide Santon è stato tolto alla nazionale under 21, negandogli un europeo, per fargli fare tre panchine in Confederations Cup. Perché se è vero che Lippi non voleva vincere questa competizione per motivi scaramantici, che è una competizione quasi amichevole, che si possono fare “esperimenti”, allora perché il giovane diciottenne non ha giocato nemmeno un minuto? Forse per fare spazio a Zambrotta.

«Continuano a fare pressioni per i giovani, ma i giovani per giocare devono avere personalità». I casi sono due: o Lippi mente, o i giovani italiani non hanno personalità. Considerando che Santon a 18 anni ha giocato un ottavo di Champions marcando Cristiano Ronaldo senza sfigurare, forse Lippi ha davvero deciso di non puntare sui giovani. Rossi gli ha salvato la faccia con gli Usa, è stato lanciato titolare contro l’Egitto per essere bocciato dopo meno di un’ora. D’Agostino è stato lasciato a casa, per portare Palombo, non utilizzato. Toni è stato scelto ancora come punta titolare: Gliardino non è stato abbastanza bravo da rubargli il posto, ma allora Pazzini dov’era?

Donadoni, almeno, aveva avuto più coraggio. Lippi trascina con la sua toscanità l’idea dei Campioni del Mondo immortali. «Le mummie toglieranno le bende» aveva annunciato. Invece sono state sepolte, ad esempio, da Ramires, classe 1987. Il Brasile ha più qualità. Ma allora l’allenatore deve essere capace di controbattere dal punto di vista tattico. Lasciare libero Maicon di galoppare sulla fascia è stata una mossa da suicidio. Non portare in nazionale gente come Cassano, in grado quantomeno di aumentare la qualità di un gioco pressoché inesistente è una scelta sbagliata che il ct dovrebbe giustificare. Ma sappiamo già quale sarebbe la risposta: «Arrivederci». E allora, arrivederci Italia.

martedì 2 giugno 2009

L’addio amaro di Paolino e i problemi del Milan


Febbraio, ultimo derby per capitan Paolo. La curva dell’Inter - tra uno striscione di insulti e uno di sfottò per gli odiati cugini - ad un certo punto srotola un lungo lenzuolo bianco, con una grande scritta blu «Maldini: da 20 anni nostro rivale ma nella vita sempre leale». Domenica, ultima del capitano rossonero a San Siro, il mondo sembrava essersi capovolto. Lo stadio, a festa con le sciarpe “Paolo Maldini”. La curva, invece, sorda all’emozione dell’addio: bandiere e cori per Franco Baresi, «l’unico capitano». E ancora, striscioni al veleno e di contestazione proprio contro di lui, Paolo, il loro capitano. Eccola, la festa rovinata. Anche se in realtà la festa l’aveva già rovinata la Roma, vincendo 3-2. Ma nonostante la sconfitta, il giro di campo di Maldini lo aspettava tutto lo stadio. Quasi tutto. Paolo non voleva crederci, nessuno in effetti avrebbe mai pensato ad un finale così triste. Con anche un «vaffa» del capitano nei confronti di Leonardo, che è il futuro del Milan dopo Paolo. Ma anche del dopo Carletto.


Sì, perché quella di domenica è stata anche l’utlima volta di Carlo Ancelotti sulla panchina rossonera, a San Siro. Non c’entra la sconfitta di ieri, contro la Roma di Totti. E non peserà nemmeno un’eventuale caduta a Firenze, con conseguente preliminare. Il Milan di Ancelotti è arrivato al capolinea. Quella meravogliosa idea di riempire di fantasisti il centrocampo, sembrava una follia. Invece ci ha consegnato un calcio bello, spettacolare e redditizio. Ma la società si è cullata: sui risultati degli anni passati e soprattutto sull’idea, pazza, che tutti i calciatori fossero come Maldini, cioè forti, invincibili ed eterni. Ma non è così. Il calcio avanza lasciando indietro chi non si rinnova.


Quest’anno il Milan ha cominciato la stagione con un obiettivo chiaro, dichiarato. Lo scudetto. Ma davanti all’Inter, la squadra di Ancelotti c’è stata solo per una giornata. Le assenze di Kakà e di Gattuso sono pesate. Ma di più hanno fatto da zavorra gli acquisti di Senderos e Ronaldinho. Il primo è inadatto a ricoprire il ruolo che è stato di Nesta. Se l’Arsenal l’ha lasciato andare, un motivo ci sarà stato. Dinho invece ha fatto vincere qualche partita, ma è stato completamente messo da parte nel momento decisivo della stagione. Non serviva. Il Milan per un periodo ha pensato di essere l’anti-Inter. Adesso si ritrova a lottare per non finire in Champions.


Una campagna acquisti che non ha risolto i problemi. Una stagione che ha visto fallire uno dopo l’altro gli obiettivi: lo scudetto, anzitutto. Ma anche la coppa Uefa. In tutto questo Ancelotti ha diffuso la sua calma, la sua pacatezza. Il suo calcio, però, è finito: la carta d’identità di alcuni giocatori ha provocato la conclusione della stagione del suo calcio dei fantasisti. La famiglia Milan perde in un solo colpo due condottieri. Carlo, però, ha già in tasca il biglietto per Londra. Paolo, invece, ha salutato. Firenze sarà l’ultima battaglia che combatterà per il suo Milan. Suo, non di chi l’ha contestato.

ROMA, IO C'ERO - «COPA LIGA Y CHAMPIONS»

Luciano Cremona)

«La fontana es blaugrana». Lo cantano a squarciagola, uscendo dallo stadio, sui pullman e sui tram. E tutti alla Fontana di Trevi, presidiata dalla polizia, a specchiarsi nell’acqua della fontana, per guardare com’è la faccia di chi è campione d’Europa. È lunga e piena di gioia la notte della gente di Barcellona. Roma è la cornice perfetta per fare festa.


PREPARTITA - La città è blaugrana già dalle prime ore del mattino. È un’invasione festosa. Le bandiere della Catalogna, le magliette di Messi, Puyol, ma soprattutto di Iniesta. I tifosi spagnoli sono allegri e spensierati. Si godono Roma, prima della partita. Se si giocasse la partita del colore in città, gli spagnoli, o meglio, i catalani, vincerebbero a mani basse. Gli inglesi? Tutti allo stadio, subito, presto. Quelli che girano per la città non trovano certo ostilità nei loro confronti. Rimbalza qualche coro. ci si scatta delle foto di gruppo, anche tra rivali. Roma città inizia a vincere la sua finale, già prima della partita.


FCB - La curva sud è un muro blaugrana. L’incitamento per Messi e compagni deve battere i decibel dei cori inglesi. E alla coreografia in onore di Sir Matt Busby, i catalani rispondono con le iniziali del Futbol Club Barcelona. I cori sono sempre e soprattutto per lui, Andrés Iniesta. Il gol di Londra che ha portato il Barça a Roma è entrato nella storia. E ha innalzato il 24enne fenomeno spagnolo a idolo dei tifosi. I gol di Eto’o e Messi hanno scatenato la curva catalana. «Ser del Barça es el millor que hi ha», “essere del Barcellona è la cosa migliore che c’è”. Come dar loro torto: quando capitan Puyol alza al cielo la Coppa, i tifosi vanno in paradiso.


LA FESTA – I cori non si fermano mai. Ogni pullman che riporta in centro si trasforma in un pezzo di curva. «Copa, Liga y Champions»: si canta della tripletta, storica, di questo Barcellona delle meraviglie. Ci sono solo maglie blaugrana nel centro di Roma. Senza eccessi, senza devastazioni. E mentre al Gianicolo una parte dei tifosi hanno accolto i calciatori arrivati con il pullman con la coppa in bella mostra, le piazze e i monumenti sono ridiventati rossoblu. E tra una birra e un panino, alle quattro di notte, davanti al Colosseo, si sente scandire a squarciagola un solo nome «Andrés Iniesta». Hanno segnato Eto’o e Messi, il Barcellona è campione d’Europa. Ma nel cuore dei tifosi c’è una certezza: il gol al Chelsea ha iniziato a far girare la ruota dalla parte del Barça. E così è stato.

Lo scudetto di Mourinho e le risate dell’avvocato Prisco

Peppino Prisco era il primo tifoso nerazzurro. Ma, soprattutto, era il più grande anti-milanista. Elegante, pungente, acuto, divertente, sportivo. I tifosi nerazzurri lo hanno acclamato a lungo, dagli spalti di San Siro: l’Inter campione grazie ad una sconfitta del Milan è roba da «avvocato, cosa ti sei perso». Ma dalla curva nerazzurra la gioia è stata espressa soprattutto con la frase dell’anno: «Zero tituli». Mourinho aveva lanciato il suo anatema ai primi di marzo. E non ha dovuto rimangiarselo. L’Inter ha vinto. L’Inter ha il suo «titulo», le altre no.

L’Inter dello Special One non è stata tanto speciale. Ha gli stessi punti dell’Inter di Mancini, gli stessi gol fatti, tre gol subiti in più. Ha già in tasca lo scudetto, però, in un campionato che tutti dicevano fosse più equilibrato e più difficile di quello della passata stagione. Quando la Roma era stata l’unica reale concorrente. Quest’anno Milan e Juve hanno fatto gara a rimbalzare, su e giù in un inseguimento che non si è mai concluso. Senza riuscire a dare realmente fastidio a Zanetti e compagni.


Che poi l’Inter non abbia divertito è vero. Prima le ali, poi il rombo, infine il 4-3-3 con Balotelli e Figo ai lati di Ibra. I cambiamenti di modulo non hanno certo aiutato a fare spettacolo, ma sono serviti a dare solidità. Le partite che hanno dato l’impronta alla stagione sono stati gli scontri diretti: le vittorie con Milan, Juve e Roma, le trasferte fondamentali di Genova e Udine, il pareggio in rimonta nel ritorno con la Roma. In mezzo, solo tre sconfitte. Una delle quali, il 3-1 di Bergamo con l’Atalanta, è servita a Mourinho per rimettere in carreggiata una squadra che dava segni di sbandamento.


Gli uomini dello scudetto sono sette-otto come ama ripetere da mesi Mourinho. Sono i suoi fedelissimi, quelli che ha schierato sempre, quelli di cui si fida. Ma l’uomo dello scudetto è uno: Zlatan Ibrahimovic. Ancora lui. Per ora i suoi gol sono 22. Tra tacchi volanti e pallonetti vellutati, Ibra non è mai stato così dentro alle partite come quest’anno. È stato il faro che ha illuminato la scena, anche quando tutto era difficile. Con lui, hanno fatto gli straordinari per portare il diciassettesimo scudetto Julio Cesar, capitan Zanetti, Maicon (fino all’infortunio), Cambiasso, Muntari, Samuel, Cordoba e Stankovic, il grande ripescato. Balotelli e Santon hanno dato una spinta giovane, fresca e fondamentale.


I gol copertina di quest’anno non sono solo le perle di Ibra contro il Bologna e contro la Reggina. Ci sono le manovre in velocità contro Chievo (Stankovic), Juve (Balotelli) e Napoli (Muntari) che sono lo spot della forza dell’Inter di Mou. Le reti di Balotelli contro Juve e Chievo hanno invece chiuso il discorso classifica.


L’Inter non ha vinto la Champions, non ha strabiliato. Ma ha vinto un altro scudetto, cambiando allenatore, resistendo a un Milan che non giocava la Champions, tenendo a distanza una Juve che si è creduta grande, quando ancora non lo era. Massimo Moratti, portato in trionfo dai giocatori nel giorno del suo compleanno, sui campi della Pinetina intitolata a papà Angelo, rideva sereno e contento. Ma sabato sera, a vedere il Milan consegnare all’Inter le chiavi della festa, quello che rideva di più era sicuramente Peppino Prisco.

Ranieri e la Juve, una storia che finisce


È strano. Ma sembra davvero che il progetto di rilancio della Juve al top del calcio italiano sia naufragato per colpa della Coppa Italia. Il ritorno con la Lazio, il 22 aprile, doveva essere l’ancora di salvezza. La ciambella alla quale affidare le speranze per correggere una stagione naufragata nel giro di un mese. Bastava un uno a zero. E i tifosi avrebbero dimenticato il pareggio con l’Inter e l’addio ai sogni di scudetto. Quella sera i gol di Zarate e Kolarov hanno scoperchiato il vaso dei problemi in casa Juve. Forse anche per colpa di Ranieri e della sua scelta di far sedere con lui in panchina Del Piero, Nedved e Camoranesi, poi gettati nella mischia quando ormai i buoi erano scappati.


Sono partite quella sera le contestazioni pesanti dei tifosi e i musi lunghi. Ma non c’è solo la coppa nazionale. C’è anche e soprattutto l’incontro di Blanc con Marcello Lippi. Con il passare dei giorni si è capito che il caso Amauri-nazionale non era stato l’unico argomento trattato. L’ingaggio di Cannavaro di pochi giorni dopo ha fatto capire qual è l’idea della nuova Juve. Nuova? Ranieri ha iniziato a pensare che sì, forse quell’incontro tra Blanc e Lippi poteva essere evitato. Che in fondo non era colpa sua se la Juve quest’anno ha registrato sessantotto infortuni, tra cui quelli di Amauri e Sissoko nel momento clou della stagione. Forse la colpa di Ranieri è quella di aver scelto Poulsen, invece che un regista. Di aver dato poco spazio a Giovinco. Di non aver chiesto un terzino di livello.


Più che in una notte di coppa, sembra allora che il progetto di Ranieri sia iniziato ad affondare la scorsa estate. La dirigenza lo rassicura per le prossime partite: non verrà esonerato. Poi le strade si divideranno. Arriverà Spalletti, o forse Conte. Di sicuro, restare alla Juve per Ranieri non avrebbe più senso. Provare a ricomporre uno spogliatoio che sembra averlo del tutto esautorato durante l’intervallo della partita con il Lecce è impresa impossibile. Dialogare con una dirigenza su cui si allunga l’ombra di Lippi è troppo anche per un gentiluomo come lui.

mercoledì 22 aprile 2009

Balotelli, un azzurro contro l’indecenza degli italiani


Oba Oba Martins, quando segnava alla Juve, correva tutto contento e si metteva a fare capriole e salti di gioia. Mario Balotelli, l’altra sera, dopo il gol più pesante della stagione, per una volta ha abbandonato la sua esultanza tradizionale, cioè quel non esultare allargando le braccia come a dire: «Visto come sono forte?». Ed è corso, scavalcando i cartelloni, andando a raccogliere l’abbraccio dei tifosi dell’Inter. Per poi mostrare a tutto l’Olimpico lo scudetto cucito sulla sua maglietta.

Oba Oba Martins qualche «buu» se l’è preso, nella sua carriera italiana e interista. Ma non ha mai ricevuto il trattamento riservato a Turbo Mario, cioè quasi tutto lo stadio che gli gridava «Sei solo un negro di m….». Il piccolo e veloce nigeriano, però, sprizzava simpatia, quantomeno per quella sua esultanza ginnica entrata nella storia e nelle sigle della Champions League come inno allo sport.

Mario Balotelli, invece, simpatico non lo è mai stato. Fin da quando spadroneggiava negli Allievi, e poi nella Primavera. Il doppio salto in prima squadra non lo ha mai alleggerito di quella scorza di super campione “arrivato” in cui si nasconde.

Mario segna gol importanti, Martins ne ha segnati di più, ma con un peso specifico inferiore. Mario, con i suoi gol, sta contribuendo per il secondo anno consecutivo a portare punti nel momento decisivo del campionato. Praticamente un record, come record è quello di essere il calciatore più odiato della serie A a soli 18 anni. Le sue proteste plateali, i suoi falli. I suoi sberleffi, i suoi colpi di tacco. Mario segna, ma irride. Corre, ma sfotte. E si prende i calci. Anche punitivi. Le regole non scritte del calcio dicono che sì, un calcione, ogni tanto, fa proprio bene. Sono gli stessi suoi compagni, da Materazzi a Cordoba, a fargli sentire i tacchetti in allenamento. Mario deve imparare. Ecco. Mario si impegni a essere meno antipatico.

Tutti quelli che si sono sgolati rinfacciandogli il colore della pelle, invece, pensino che un giorno, Balotelli, giocherà i Mondiali con la maglia dell’Italia. Se la loro educazione non consente loro di frenare la lingua per questioni di razzismo, lo facciano almeno per ragioni calcistiche. Sarebbe un primo, piccolo passo, per far entrare un po’ di civiltà in un mondo, quello del calcio, che sprofonda sempre di più in un mare di volgarità e indecenza.

martedì 7 aprile 2009

IL SOGNO DI KIKO

Alessandro Malomo si starà mangiando le mani. Due anni fa giocava nelle giovanili della Lazio. Con lui, Federico Macheda, che faceva il trequartista. Un emissario del Manchester United arrivò a Roma: Malomo era l’osservato speciale. Macheda, però, impressionò l’uomo di Sir Alex. Ecco i primi contatti, ecco l’offerta irrinunciabile. Ecco lo “scippo”. Macheda vola a Manchester nell’estate 2007, sulle orme di Giuseppe Rossi. Un contratto da 80mila euro a stagione, tutta la famiglia al seguito con un posto di lavoro per il padre e una casa accanto a quella della famiglia Rossi.

Macheda, fino a ieri però, lo conoscevano in pochi. Nato a Roma, andato a crescere nelle giovanili dei Red Devils, Kiko - come lo chiamano negli spogliatoi - è nel giro della nazionale under-19. In settimana Sir Alex lo avverte: «Non vai in nazionale, domenica vieni in panchina». Al Manchester mancano 6 giocatori della prima squadra. All’Old Trafford arriva l’Aston Villa, bisogna vincere per respingere l’assalto al primo posto portato dal Liverpool. Sul 2-1 per i villans, al 60′, Ferguson decide che sì, è il momento di Kiko. Cristiano Ronaldo segna il 2-2 all’80′, ma al Manchester non basta. Serve un guizzo, un’invenzione.

Novantunesimo, Macheda prova il dribbling al limite. Viene fermato, la palla va in direzione di Giggs, che aspetta il movimento di Kiko. Che si smarca, riceve spalle alla porta, controlla di tacco mettendosi la palla sul destro e bum. Destro a giro sul palo lungo. Tre a due. Macheda impazzisce di gioia, con lui tutto l’Old Trafford. Corre verso le tribune, suo papà si butta giù e lo va ad abbracciare. Federico ha 17 anni e il suo sogno si realizza proprio lì, nel Teatro dei Sogni.

In sedici partite in squadra riserve, Macheda aveva già messo a segno dieci gol. Sembra scritta la parabola sportiva di questo piccolo fenomeno. Assomiglia tanto alla storia di Giuseppe Rossi. C’è un però, che rende amara la vicenda. Perché un giovane italiano di così belle speranze deve andare in Inghilterra per avere la sua occasione? È vero, Federico gioca nel Manchester United, la squadra migliore del mondo. Ma se Sir Alex sceglie di affidarsi ad un giovane italiano di 17 anni per vincere una partita decisiva per il campionato, perché nella serie A italiana si fa così fatica a dare spazio ai giovani? Forse è davvero il momento di decidere di investire sui giovani. Ma quante squadre in Italia proporrebbero ad un ragazzo di 16 anni un contratto da 80mila euro e un posto di lavoro per il padre?

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